Un grosso cesto di frutta

Un grosso cesto di frutta

Il tribunale sembrava un grosso cesto di frutta. Il tetto era divelto in tre parti e ciuffi di lamiera salutavano i raggi della luna come pesci che guizzano sul mare. Dall’alto era anche peggio. La struttura si era accasciata su un fianco e i muri si erano frastagliati gli uni sugli altri come carte. I vetri delle finestre erano esplosi, tappezzando l’asfalto di una miriade infinita di cocci come zucchero marcito. Flaccido osservava quell’immagine senza vita dalla terrazza dei Marchesi. Lo avevano invitato a godere la vista del disastro e bere un Campari.

“Né che meraviglia?”

Il Flaccido si voltò solo brevemente, abbozzando un sorriso, poi tornò a guardare il tribunale.

“Diamo tempo al tempo, Flaccido. Non te lo dicevo io?”, disse il Marchese, mentre la Marchesa aggiungeva in tavola le olive e le prugne col lardo.

Dal tribunale giungevano ancora i lamenti di quelli che erano rimasti intrappolati tra le macerie. Era un coro prolungato, al quale si poteva benissimo fare l’orecchio. Ma non era concesso soccorrerli. Era vietato strappar loro le braccia alle spalle, le mani ai polsi. Tutto doveva rimanere lì fermo, mentre il traffico scorreva regolare lungo corso di Porta Vittoria. Ma non si poteva ignorare quell’ombra che velava i marmi. Quella vernice come succo d’arancio rosso che strisciava lungo la pietra e che lentamente defluiva come fosse appartenuto all’edificio stesso.

Qualcosa di gelido toccò il braccio di Flaccido e lo fece sussultare. Il Marchese gli porgeva un bicchiere enorme dal lungo stelo, traboccante il Campari. La Marchesa alle sue spalle rideva per fatti suoi. Flaccido prese il bicchiere e il Marchese proruppe in un CinCin che avrebbero potuto sentire fin dentro al tribunale, intuendo Flaccido che forse proprio a loro fosse indirizzato. Cin, disse Flaccido, appoggiando un labbro contro il Campari.

Dunque era questo. Centinaia di ore dedicate alla catalogazione, all’archivio, chino su quelle spalle flaccide, appoggiate a quel corpo flaccido, ora posate alla balaustra del Marchese.

“Ho lavorato tanto, Marchese”, cominciò Flaccido. “Tanto.”

Il Marchese gli si fece addosso acchiappandolo per la spalla, come se lo volesse sollevare. “Lo so, Flaccido. L’abbiamo fatto insieme. Te ne penti?”

Flaccido guardò ancora una volta il tribunale.

“Pentirmi? E perché mai.” Schioccò la lingua. “Mi è venuta fame.” E così scoppiarono a ridere, che si sentisse fin dentro al tribunale, prima il Marchese e poi Flaccido, con la Marchesa che non aveva smesso di ridere per fatti suoi.

Flaccido prese una prugna col lardo, lo srotolò intorno a un dito e succhiò la prugna dal sedere. Poi ingoiò la prugna e si infilò tutto il dito in bocca, che quando riuscì, il lardo era sparito.

“Arrivederci Marchese, ho da andare. Lei capirà.”

“Capisco, Flaccido. Grazie per essere passato e complimenti ancora.”, disse il Marchese infilando la giacca a Flaccido e la Marchesa fece “Per essere passato e complimenti.”

“Marchesa”, salutò Flaccido prima di scendere scale.

Uscito, compì un giro di due isolati per raggiungere il retro del tribunale. Scavalcò le macerie che fino al giorno prima costituivano l’ingresso dei magistrati e si infilò nell’androne, detto “vascello”, dove un tempo Flaccido lavorava.

Trovò Pinolo, in tonaca, schiacciato sotto una colonna di marmo. Gli si fece avanti fino al naso e si chinò sulle ginocchia. Poi Flaccido si infilò un dito in bocca e ne estrasse il lardo ancora intero. Lo inserì tra le labbra arse di Pinolo, mettendoci tutto il dito, e mentre quello con un occhio lo guardava, Flaccido disse: “Se non ci fossero persone cattive non ci sarebbero buoni avvocati.” Tolse il dito e lo pulì sulla camicia. “Dickens, Pinolo. Dickens.”