I segni del male

I segni del male

   Nel pomeriggio ero andato dal tatuatore.

Entro e quello mi fa

   -Dica

Come fosse sicuro che non stessi cercando lui.

   -Volevo farmi un tatuaggio

Silenzio.

   -Ha un appuntamento?

   -No, ma lo faccio piccolo.

Smorfia.

   -Serve un appuntamento.

Abbasso lo sguardo in segno di resa. Quello sbuffa e fa

   -Cosa e dove

Tiro su la manica della camicia e gli mostro l’avambraccio.

   -Qui, così, dico segnando un rettangolo- il nome di mia figlia

Quello mi prende l’avambraccio con sicurezza e osservando lo spazio vuoto:

   -Nome della figlia?

Io sorrido, perché è fatta:

   -Anna.

*

   Un’ora dopo ero già li. Mi aveva mandato un messaggio con l’indirizzo. La zona non era male. In parte si trattava dell’ex area olimpica, farcita di villette neanche poi così tremende. Il giardino era curato, forse un po’ scarno, ma curato. Che poi col buio era obiettivamente difficile a dirsi. Controllai che l’avambraccio fosse coperto dalla camicia, presi un respiro e suonai.

   La porta si aprì inaspettatamente, non avevo sentito passi in arrivo. D’improvviso è come se mi fossi dimenticato tutto.

   Cercavo Anna e per un attimo non la vidi, poi una vocina dolce dolce mi disse Pa e così guardai dov’era Anna, che era più in basso sulla sedia a rotelle e tendeva le braccia come da bambina. L’abbracciai così in fretta che manco la vidi e l’abbraccio risultò impersonale, come se potessi abbracciare chiunque a quella maniera. Avevo fretta di staccarmi e di guardarla bene, anche se lei invece già piangeva e tossiva e singhiozzava.

   -Sei stupenda, le dissi

   Lei continuava a tossire e ad ansimare senza freni, così finalmente la riabbracciai e allora, invece, era proprio mia figlia che stavo abbracciando. Anche se quando l’avevo raccattata dall’asfalto quattro anni prima che era una ragazzina e adesso la stringevo che era donna. Una donna che ora mi faceva cenno di entrare in casa sua, sua e dell’uomo che aveva sposato, sua e di Alex, che non avrei potuto incolpare di nulla anche se tutto era partito con il suo arrivo in casa nostra. E adesso ero io il ragazzino che ti viene in casa, quello che deve comportarsi bene e piacere.

   Le feci cenno di superarmi, di fare lei strada e mostrarmi casa. A vederla così non avresti mai detto che ci fosse stato un periodo in cui camminava. Sembrava spingersi su quella roba da cent’anni. Ed eccoli, affacciarsi dal vestito, a poco a poco, i segni del male– come li chiama Patrizia. Mentre le braccia stantuffavano su e giù, dal vestito faceva capolino ora la testa di un gatto persiano, ora due dadi, una libellula, una bottiglia di whiskey, due quadri di Chagall, il profilo di John Lennon e il bacio di Klimt. In mezzo tante scritte in giapponese e arabo. Che dire. Sono vecchio e sono il padre, ma quei tatuaggi le stavano davvero bene. La rendevano interessante, specialmente sulla sedia a rotelle.

*

   Me lo ricordo il primo che si era fatta: Alex. Sulla spalla. Una scritta in corsivo tutta arzigogolata. Lui ne era pieno e poi faceva quello di mestiere. A incontrarlo di notte avresti cambiato marciapiede, ma poi a parlarci era un tipo davvero in gamba, Alex. Patrizia, mia moglie, odiava il nome ancora prima di incontrarlo di persona. Non era mai riuscita ad andare oltre tutti quei pastrocchi che teneva addosso. Le era bastato uno sguardo e Alex era già un avventura destinata a finire. Prese Anna per il braccio e la portò in cucina, dove le intimò, senza evitare di farsi sentire in soggiorno, di far sparire da casa sua “quello schifo”. Si gridarono addosso. Io intanto cercavo di tenere quel povero Cristo lontano dalle urla e di mostrargli la mia collezione di icone russe. Ma lui aveva già capito tutto e disse: -Grazie. Forse però è ora che io vada. E io Ma no, ma no e lui Ma sì, ma sì, insomma se ne andò senza neanche salutare la sua Anna. Gli chiusi la porta alle spalle dispiaciuto e raggiunsi Anna e Patrizia in cucina che era un campo di battaglia. Si erano rotti dei bicchieri e Anna piangeva al tavolo mentre Patrizia faceva l’ossessa.

   Mia suocera, la mamma di Patrizia, era mancata l’inverno prima e lei non si era più ripresa. Avevo visto mia moglie sgretolarsi lentamente nel dolore. Come chi cade, si sbracciava confusamente per trovare un appiglio e siccome io non ero una roccia ma, al massimo, un sottile arbusto, allungando un braccio aveva incontrato Dio. Lo aveva abbrancato e non voleva mollarlo più. E più risultava forte la presa sulla fede, più giudicava noi dei deboli, due anime perse da convertire. Lo faceva con furia cieca, con rabbia e questo la allontanava giorno per giorno da noi, specialmente da Anna.

   Ecco, ora quell’ardore si stava abbattendo su nostra figlia, in cucina, come mai avremmo potuto predire, con cattiveria insensata. Anna aveva 17 anni e tra le lacrime la guardava come un’apparizione, indecisa se odiarla o preoccuparsi per lei. Intanto mia moglie gridava di piaghe d’Egitto, di redenzione e di Maria Maddalena. Io in tutto questo non ero contemplato. Sapevo che se fossi intervenuto avrei solo peggiorato le cose. Così rimasi a guardare mentre Patrizia portava la mia bambina di peso sù in camera. Sentii girare la chiave e mia moglie dire qualcosa come “Ecco fatto.”

   I singhiozzi di Anna continuarono per tutta la notte. Il mattino dopo andai al lavoro. Uscivo prima di tutti perché lavoravo in città e dovevo evitare il traffico. Quando rientrai la sera, in casa c’era un gran silenzio e scoprii che Anna non era ancora uscita di casa dal giorno prima. Parlammo attraverso la porta, perché Patrizia era andata dalla vicina.

   -Fammi uscire Pa.

   -Non posso, non ho le chiavi, le dicevo

   -È andata. Non ragiona più.

   -Ma no tesoro, che dici. È un momento, le passerà.

Ma lei rincominciò a piangere e diede un pugno sulla porta, proprio dove avevo l’orecchio.

   -Stiamo parlando attraverso una porta! gridò

Io rimasi in silenzio.

   -Ha detto che non uscirò più fino a quando non lo lascio.

Singhiozzava.

   In quel momento rientrò Patrizia e io scesi le scale. Le dissi di aprire la porta. Lei fece finta di nulla e si mise il grembiale. Dammi le chiavi Pat, le dissi. Ma lei continuava a cucinare.

   Avrei dovuto insistere? Mettermi contro quella donna così fragile che un tempo amavo? Gridare? Alzare le mani se necessario, farla sentire definitivamente sola, dopo la morte di sua madre? Avrei potuto. Forse avrei dovuto, ma come spesso capita, non feci nulla.

   Poi non so cosa accadde, non me lo ricordo. Passavano i giorni e Anna rimaneva nella sua stanza. Ogni tanto parlavamo attraverso la porta. Lei diceva che non avrebbe lasciato Alex, che era un bravo ragazzo, che era ingiusto, che sarebbe impazzita se fosse rimasta ancora lì dentro, che si sarebbe ammazzata.

   Io non ricordo cosa le rispondevo, probabilmente di calmarsi, che presto sarebbe finita. Avevo anche smesso di chiedere la chiave a Patrizia, che faceva come se nulla fosse. Poi una sera, tornando dal lavoro, mi piovve giù dal cielo. Ero dall’altra parte del marciapiede e la mia Anna venne giù. Ma casa era troppo bassa e quindi non ci furono schizzi di sangue o altro. Era andata in coma e aveva perso l’uso delle gambe.

   Durante la convalescenza, Alex aveva denunciato Patrizia. Voleva tenerla lontana da Anna. A mia moglie intanto sembrava tutto normale. Nei suoi occhi, sulle sue labbra, non l’ombra di comprensione, di ravvedimento, non un tremolio di incertezza, non un tentennamento: quel ragazzo era responsabile del suicidio di sua figlia.

   Alex ebbe Anna, io rimasi con mia moglie, che ormai era una donna finita. Le mie lacrime le avevo già piante tutte e da un giorno all’altro ero rimasto solo.

*

   Alla fine della serata non avevamo neanche accennato a Patrizia. Ho ascoltato la mia Anna parlare a lungo e sarei rimasto lì ancora di più. Mi aveva fatto vedere un sacco di foto di lei e Alex. Dalle immagini pareva che il suo handicap non fosse altro che un collante tra loro. Lui la prendeva in braccio e la portava in acqua, oppure in spalla quando erano in montagna. Quello che mi colpì è che nelle foto Anna rideva di un sorriso che io non le vidi mai, neanche quando era bambina. Era un sorriso vero. Mia figlia adesso era sposata, aveva una macchina senza pedali, con freno ed acceleratore sul volante, un lavoro in agenzia di moda e un futuro meraviglioso di fronte a sé.

Senza gambe, Anna era più felice di me.

   Ci salutammo sulla porta con un lungo abbraccio e andai alla macchina. Infilando le chiavi notai le quattro lettere sul mio braccio. Mi voltai verso Anna, ma la porta era già chiusa. Per qualche secondo pensai se tornare indietro e mostrarle il mio regalo, ma non lo feci. Forse lo aveva pure visto e non mi aveva detto niente.  Entrai in macchina, stesi il braccio sul volante e mi rimboccai la manica fin sopra al gomito. Sorrisi e misi in moto.